Sarà Charlize Theron la nuova agente 007 al posto di Daniel Craig

Los Angeles (Usa), agosto piuttosto che tornare a interpretare James Bond spacco un bicchiere e con i cocci mi ci taglio le vene. È una storia finita, la mia: ora è tempo di progredire» Era l’8 settembre dello scorso anno, e con queste esatte parole l’attore gallese Daniel Craig rifiutava un assegno con sopra scritta l’incredibile cifra di 69 milioni di sterline (circa 75 milioni di euro al cambio odierno) che la produttrice Barbara Broccoli gli offriva per vestire per la quinta volta i panni dell’agente segreto più famoso e longevo della storia del cinema: sono ben 24 infatti i film dedicati al personaggio creato da Ian Fleming.

Ma, come direbbe lo stesso 007: «Mai dire mai». Dieci giorni fa infatti, durante il Late Show condotto sulla CBS da Stephen Colbert, Daniel Craig è tornato sui propri passi e ha sorpreso il pubblico americano dichiarando: «Fino a oggi sono stato molto evasivo circa un mio ritorno come James Bond, ma voglio dire la verità: sarò ancora una volta 007. Ma una volta sola, lo prometto. Voglio finire alla grande: non vedo l’ora».

A dire il vero, era dall’inizio di luglio che a Hollywood si parlava di un probabile nuovo contratto per Daniel Craig nei panni di Bond. tanto che era stata sospesa la ricerca di un sostituto (i due papabili erano Hugh Jackman e Tom Hardy) e girava voce che a Craig fossero stati offerti cento milioni di euro. Sbagliato; la cifra record che verrà pagata all’attore è di ben 137 milioni di sterline, ossia centocinquanta milioni di euro: l’ingaggio più alto mai pagato nella storia del cinema. Per non parlare delle percentuali che Craig incasserà dal merchandising e dal proprio ruolo di co-produttore.

Del nuovo film di 007 non si sa •••

 

• •• ovviamente ancora nulla se non il titolo in codice – Bond 25 – e la data di uscita in tutto il mondo: l’8 novembre del 2019.

La perplessità dei fan . James Bond da Daniel Craig diventa  Charlize Theron

 

Ma chi verrà dopo Craig? Anche se mancano più di due anni all’uscita del film e quindi del definitivo addio di Craig a James Bond, sembra già certo il nome del prossimo 007 cinematografico. La parte dell’agente di Sua Maestà Britannica non verrà affidata a un altro atletico gentiluomo, ma a una donna: l’attrice sudafricana Charlize Theron.
Proprio così. Anche se era tempo che giravano voci su un possibile Bond in gonnella, la conferma arriva dalla diretta interessata. Infatti, alla presentazione del suo nuovo film, Atomica Bionda, la stessa Theron ha detto di sentirsi pronta per interpretare il personaggio di 007, e che la proposta le era stata fatta dai produttori della serie già lo scorso anno.

Ai puristi di James Bond, che potrebbero inorridire dall’idea di uno 007 donna, consigliamo la visione dell’ultima fatica di Charlize, nelle sale italiane in questi giorni: è la storia di una superspia dell’Mito britannico che, alla vigilia della caduta del muro di Berlino viene incaricata di recuperare una lista di agenti doppiogiochisti che rischia di finire nella mani dei russi. Come si può vedere nella immagini pubblicate in queste pagine, nel film la Theron dimostra di essere all’altezza di James Bond: sparatorie, lotta a mani nude, inseguimenti di ogni tipo e persino una storia d’amore e infuocate scene di sesso con… una donna.

A proposito di altezza: Charlize Theron

Attrice Charlize Theron nuovo agente 007
ha concluso la presentazione di Atomica Bionda ricordando scherzosamente di essere adatta alla parte in quanto, essendo alta 1,78 metri, è più alta di Daniel Craig – lo 007 più basso della storia – di un centimetro.

Certo, una Bond con le gambe e le forme di Charlize Theron non si è mai vista. Ma, come direbbe lo stesso 007 : «Mai dire mai».

 

tratto da Visto

L’attore Javier Bardem nella Vendetta di Salazar i Pirati dei Caraibi

Forse gli unici ruoli che davvero mancavano nella sua brillante carriera erano quelli del pirata e dello zombie. Javier Bardem ha risolto il problema in un colpo solo, interpretando il fantasma del vecchio lupo di mare a caccia di vendetta contro il Jack Sparrow di Johnny Depp nel quinto capitolo della saga Pirati dei Caraibi, che arriverà nelle nostre sale il prossimo 24 maggio con il titolo La vendetta di Salazar.

A dare volto e intensità al personaggio del titolo è l’attore spagnolo, uno dei pochi europei capaci di conquistare Hollywood a suon di bravura più che di bellezza. Abbonato ai ruoli da cattivo

«Con una faccia così sinistra, cosa posso fare? Davanti allo specchio tutte le mattine mi dico: “Guarda che naso. Guarda che occhi. Senti che vocione.”»,

scherza spesso e volentieri con chi glielo fa notare, Bardem in realtà ha iniziato la carriera a soli 4 anni, comparendo per pochi minuti per mano a sua madre nello sceneggiato televisivo spagnolo El Pìcaro nel 1974. Discendente da una famiglia iberica di attori e registi non molto fortunati, all’inizio Javier pensava di fare il pittore, al punto da frequentare l’Accademia d’arte di Madrid, o di dedicarsi allo sport agonistico, visti gli ottimi risultati ottenuti giocando a rugby anche per la Nazionale giovanile.

Javier Bardem lanciato da Almodóvar

Attore Javier Bardem

Invece, l’incontro con il nuovo cinema spagnolo, espresso da registi come Pedro Almodóvar e Bigas Luna, gli fanno cambiare strada. Con il primo recita in Tacchi a spillo e Carne tremula, con il secondo in Le età di Lulù e Prosciutto, prosciutto. Il successo di pubblico e di critica è immediato, fuori e dentro i confini nazionali, testimoniato da numerosi riconoscimenti. La svolta arriva nel 2000 quando l’artista Julian Schnabel lo sceglie come protagonista di Prima che sia notte, pellicola biografica sul poeta cubano Reinaldo Arenas. Il film fa incetta di premi e Bardem viene candidato all’Oscar come miglior attore. È il primo spagnolo a ottenere questo riconoscimento, ma anche se la statuetta poi va al Gladiatore di Russell Crowe, Hollywood si accorge di avere • di fronte un grande attore. Che siano mega produzioni (007 – Skyfall), film d’azione (Collateral), epopee letterarie (.L’amore ai tempi del colera) o film d’autore (Vicky Cristina Barcelona), lui riesce sempre a farsi notare per la bravura. I ruoli da cattivo, come quello del killer Anton Chigurh di Non è un paese per vecchi, che gli fa vincere un Oscar nel 2007

 

«Ringrazio i fratelli Coen per essere stati così coraggiosi da mettermi in testa il peggior taglio di capelli della storia del cinema»,

 

ha scherzato Javier Bardem ricevendo il premio, o quelli drammatici, come il tetraplegico di II mare dentro o il papà di Biutiful, sono però lontanissimi dal suo carattere simpatico e alla mano.

Che sia un personaggio alieno in mezzo allo sfarzo e ai lustrini del cinema statunitense, a Hollywood se ne sono accorti presto. Bardem non si definisce un «attore», ma un «lavoratore». Quando vola a Los Angeles su un set va «a lavorare in ufficio», altrimenti sta a Madrid e fino a qualche anno fa aiutava sua sorella nel suo bar ristorante. «Il mio obiettivo è fare un buon lavoro, così un regista vedendoti ti assume per il suo prossimo film», dice. Il suo pragmatismo è figlio degli anni in cui è cresciuto.

 

Javier Bardem l’infanzia nella dittatura

«Quando sono nato io c’era ancora il dittatore Franco»,

racconta.

«Erano tempi difficili, il cognome Bardem non era ben visto, perché la mia famiglia non era allineata con il regime. Ero piccolo, ma ricordo di gente portata via, di mia madre in lacrime perché avevano arrestato amici e colleghi, di persone scomparse e di violenza per le strade».

Forse è per questo che il suo Oscar lo ha dedicato alla mamma, che se non recitava andava a pulire le scale, e alla Spagna che è riuscita a uscire da quegli anni bui. E grato a Hollywood, ma non se ne sente parte.

 

«Le persone lì sono  in ansia per come il mondo le percepisce. Si parlano addosso di continuo. Devono darsi una calma rilassarsi».

Forse il senso di distacco è dato dal parlare l’inglese coi seconda lingua e quindi a cera modi sempre più semplici per esprimersi.

«Essere uno spagnolo a Hollywood mi permette di avere retroterra culturale nel quale trova rifugio. Mi dà libertà e pace per fare cose. In America non ci sono mezze misure: o sei un fallimento o sei un su cesso. Roba da pazzi».

 

Difende il suo privato Javier Bardem

Eppure, più Javier Bardem cerca distanziarsi da quel mondo, più si ritr va a farne parte. Perché non sono sole progetti lavorativi (lo vedremo presi anche accanto a Michelle Pfeiffer e Jennifer Lawrence in Mothers! di Darre Aronofsky e nei panni del famoso na cotrafficante in Escobar) a renderlo u divo è anche la sua vita familiare. Dop anni di amicizia e di set condivisi ( primo, Prosciutto, prosciutto, nel 1992 quello del film di Vicky Cristina Barct Iona ha fatto scoppiare il colpo di fui mine con Penelope Cruz, nel 2007. Un amore silenzioso, privato, mai esibite coronato dal matrimonio celebrato all Bahamas nel 2010 e dalla nascita d Leonardo nel 2011 e Luna nel 2013 ci sono voluti anni per sapere il nome de bambini.

«Io non parlo della mia vita privata»,

è la frase categorica pronunciata a ogni intervista. Perché appena l’argomento si fa personale, da chiacchierone e simpatico si chiude nel mutismo. Eppure, mentre ritirava il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes per Biutiful, sorprendendo tutti, si è rivolto a una persona in platea:

«Lo dedico alla mia amica, alla mia compagna, al mio amore: Penelope. Ti devo molto e ti amo così tanto».

 

Da allora si è lasciato scappare poche altre frasi, ma la più bella rimane quella detta al mensile americano GQ:

«Sono felicemente sposato. Ringrazio chiunque sia lassù per avermi dato l’opportunità di essere amato».

 

Intervista a Javier Bardem tratta da Visto.

Pif racconta in guerra per amore e confessa che…

E adesso direttamente da Vero ci concediamo questa bella intervista a Pierfrancesco Diliberto . Che ovviamente tutte noi conosciamo come Pif. e leggiamo. Nel 2013 di La mafia uccide solo d’estate, suo film d’esordio alla regia in cui recitava anche come protagonista, e mentre sul grande schermo possiamo vedere la sua seconda opera, In guerra per amore, Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ci racconta com’è nata l’idea di “trasformare” il suo primo lavoro in una fiction per Raiuno che porta lo stesso titolo: La mafia uccide solo d’estate, appunto, in onda in queste settimane per sei puntate. Ma non solo: il bravo artista palermitano ci rivela anche la sua “passione” per una famosa signora della televisione…

 

Pif sei contento di questo passaggio dal cinema al piccolo schermo?

Il Regista Pif racconta in Guerra per Amore al cinema

«Riuscire a realizzare una serie su Raiuno parlando di un argomento così delicato come la mafia senza curarsi del “politicamente corretto” è una vittoria. E lo è anche riuscire a farlo senza ipocrisia! Dirci la verità in faccia, ogni tanto, fa bene. Ammetto che è stato uno sforzo non facile. C’è stato un lavoro di ricerca sulle debolezze umane per poi metterle a nudo con ironia, come nel caso, ad esempio, del personaggio di Totò Rina, divenuto nella serie grottesco, quasi surreale».

La fiction non è diretta da te. Come mai?

«Perché ho voluto mantenere un certo distacco, e poi della serie La mafia uccide solo d’estate è la famiglia Giammarresi. perché non sarei riuscito a girare di nuovo alcune scene simili al film. Nonostante questo, però, credo che nella serie ci sia tutta l’essenza della mia anima. Come nel film, anche qui si tende a ridicolizzare il lato umano del mafioso. Comunque, io sono la voce narrante».

Com’è nata l’idea della fiction?

«Sono stato io a proporre il progetto di una serie televisiva che si ricollegasse al film: quando scrivevo la sceneggiatura sognavo di narrare alcune cose che, in un’ora e mezza, inevitabilmente, non ho avuto la possibilità di raccontare».

Pif È già prevista una seconda stagione?

«A me piacerebbe tanto, perché potenzialmente questa fiction potrebbe arrivare a raccontare i fatti fino ai giorni nostri. Però sarà il pubblico a decidere… Io spero che vada bene e che raccolga il buon riscontro che merita».

Intanto al cinema sei protagonista del tuo secondo film, In guerra per amore, accanto a Miriam Leone.

«Si, e anche questa volta, raccontando un pezzo di Storia (lo sbarco degli americani in Sicilia durante la Seconda Guerra Mondiale, ndr) e di mafia, ho cercato di strappare un sorriso al pubblico. Con Miriam e con il resto della squadra mi sono trovato bene».

C’è una scena che ti ha divertito in particolare?

«Quando ero sul set sentivo più l’ansia da prestazione che il divertimento, anche se abbiamo girato scene dove l’ironia non manca. In realtà, però, mentre giravo mi sentivo addosso una grande responsabilità ed ero molto concentrato sul lavoro. In-somma, in genere mi diverto solo una volta che le riprese sono è terminate. Purtroppo non riesco a concepire il lavoro senza stress e questa è una cosa che dovrei imparare a gestire, ma se non c’è la tensione ho paura di fare male le cose».

 

Nel tuo prossimo film Pif si parlerà sempre di mafia o hai deciso di cambiare?

«No, punterò su un altro argomento. La mafia deve uscire dalla mia vita artistica per po’… Magari affronterò di nuovo l’argomento se la mia carriera continuerà. Per adesso, però, credo sia giusto fare una piccola pausa e proporre altro. Il bello di fare il regista è proprio questo: poter raccontare il mondo e molte realtà diverse».

Ci puoi dare delle anticipazioni sui tuoi progetti futuri?

«Ho due o tre idee nuove, solo il tempo deciderà quale realizzerò. Anzi, mi concentrerò su quella che sopravviverà al passare del tempo».

Un’ultima curiosità: di recente sei stato ospite di Barbara d’Urso a Domenica Live e sembravi totalmente ammaliato da lei…

«Ebbene sì, ora lo posso finalmente dire: io e Barbara d’Urso conviviamo (ride). Scherzi a parte, a me Barbara d’Urso piace davvero.

 

Intervista a Pif tratta da Vero

Jude Law com’è stato lavorare con Paolo Sorrentino in The Young Pope

Nella nuova serie di Sky Atlantic, diretta da Paolo Sorrentino, interpreta un papa. Jude Law, protagonista di The Young Pope, si è raccontato al nostro settimanale in occasione della presentazione romana del più atteso progetto televisivo dell’anno.

Jude Law che emozioni hai provato nel prestare il volto a questo personaggio immaginario?

«Ho compreso l’eccezionaiità del progetto sin dalla primissima lettura del copione. The Young Pope è una serie piena di tensione, di umorismo, di emozioni. Non nego che in un primo momento ero molto preoccupato per la complessità del ruolo che avrei dovuto interpretare: non sapevo quale direzione intraprendere per poter essere credibile nei panni di un Papa. Poi, però, piano piano. Sorrentino mi ha portato nella giusta prospettiva. Così, ho iniziato a guardare il mio personaggio semplice-mente come un uomo e non come un Papa e sono riuscito a dargli diverse sfaccettature e contraddizioni. È stato affascinante interpretare un uomo con così tante sfumature, diretto, onesto e allo stesso tempo capace di allontanare le persone».

«Non sapevo dove mettere le mani!»

Com’è stato Jude Law lavorare con Paolo Sorrentino?

Jude Law e Paolo Sorrentino

«Sorrentino è un grande, un professionista ricco di risorse. È un bravo autore, oltre che un bravo regista. Riesce a utilizzare il linguaggio visivo in maniera impeccabile, mi ha aiutato a definire Pio XIII, spingendomi a focalizzare il suo rapporto con gli altri personaggi. Mi sono sentito un colore sulla sua variegata tavolozza e questo è stato bellissimo. Sono convinto che il rapporto tra un attore e un regista dipenda soprattutto dal secondo, quindi non posso che ritenermi fortunato».

In che modo ti sei documentato per preparare questo ruolo?

«La prima cosa che ho fatto è stata informarmi sulla storia del Vaticano approfondendo le vicende dei Papi che hanno avuto degli effetti sulla Fede cattolica. Mi sono subito reso conto che il materiale da studiare era tanto e la mia prima reazione è stata di panico. A un certo punto ho capito che, pur avendo intrapreso questo cammino di studio e di ricerca, non riuscivo a trovare la chiave giusta per “costruire” il mio Papa. Per questo motivo, più che dal materiale a mia disposizione, mi sono lasciato guidare dalla regia di Paolo. Ho seguito le sue indicazioni per costruire un Papa credibile e che a 47 anni fosse riuscito a raggiungere enormi traguardi».

Jude Law Per la gestualità e la postura ti sei ispirato a un pontefice in particolare?

«In realtà, sono stato influenzato dall’abito… nel vero senso della parola! Guardando le immagini dei vari Papi, mi chiedevo come mai tenessero sempre le mani conserte…».

E sei riuscito a darti una risposta?

«Certamente, il motivo è molto semplice: quando si indossa un abito papale non si sa dove mettere le mani! Per cui, finiscono inevitabilmente conserte oppure dietro la schiena (ride)».

Jude Law Per girare The Young Pope ti trasferito a Roma per qualche mese. Com’è andato il tuo soggiorno in Italia?

«Non poteva andare meglio. La mia esperienza in Italia è stata meravigliosa e mi sono sentito a casa, anche perché ho sempre amato Roma. È stato stimolante lavorare con un cast internazionale di altissimo livello e per di più in Italia, tra monumenti di una bellezza disarmante. Mi sono trovato così bene nel vostro Paese che spero di tornarci
più spesso, sia per lavoro che per godermi tutta la sua bellezza».

Durante la tua permanenza romana sei andato da papa Francesco?

«Certo. Una delle prime cose che ho fatto, arrivato a Roma, è stata andare a sentire le parole del Pontefice».

Questo film ha cambiato il tuo rapporto con la Fede?

«Sì, perché mi ha portato a interrogarmi sul senso della Fede e mi ha spinto a intraprendere un nuovo cammino personale. Spero che possa accadere a chiunque»

 

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